Ma il Pd era una boiata?/3
Un partito non si costruisce su Facebook, ma siamo ancora in tempo per farlo bene
Alla quinta sconfitta consecutiva nel giro di un anno appena, in un diminuendo piovaniano che ha portato il Pd dal 33 per cento delle politiche al 24 della Sardegna, passando per il tracollo a Roma (contro Gianni Alemanno), la disfatta in Abruzzo (Pd al 19 per cento) e il genocidio in Sicilia (8 a 0 per il Pdl), Walter Veltroni si è dimesso. E adesso tutti a domandarsi che cosa non abbia funzionato.

Adesso si dice che se non ce l’ha fatta lui, c’è poco da discutere, vuol dire che non può farcela nessuno. E che insomma, per quanto nobile, il tentativo ostinato di raddrizzare il legno storto del Pd era destinato sin dall’inizio a un tragico fallimento, lasciando dietro di sé solo lutti e miseria. Curiosamente, però, gli stessi sostenitori di questa tesi sono anche i primi a dire che la colpa è che non l’hanno lasciato lavorare, il povero Walter. Le correnti, i “capibastone”, gli “oligarchi”. Tutti a “remare contro”, a “segare l’albero”. Ma se questa fosse la causa principale dell’insuccesso, non si capisce perché bisognerebbe concluderne che per il Pd non ci sia soluzione. Se il problema fosse tutto qui, in vecchi rancori e sciocchi personalismi, basterebbe sostituire Veltroni con qualcun altro, meno inviso a quegli altri. Ma è evidente che questa, dinanzi ai risultati elettorali collezionati nell’ultimo anno, è spiegazione un tantino riduttiva. Forse però anche in una simile lettura si può trovare un grano di verità, depurata dagli evidenti elementi di strumentalità, spinning e innata propensione al capro espiatorio, e tralasciando la versione che vorrebbe distinguere un veltronismo realmente esistente da un inesistente veltronismo ideale. Quello del celebre (e in realtà assai vago) comizio del Lingotto, per capirci.
Il grano di verità, secondo me, sta proprio nell’idea che è alla base di simili giustificazioni. L’idea – che non credo sia di Veltroni, ma di molti suoi sostenitori – che si possa costruire un partito contro tutto ciò che i dirigenti, i militanti, le tradizioni, le storie e le culture che lo compongono hanno rappresentato e forse ancora rappresentano. Il problema non è se Massimo D’Alema e Franco Marini abbiano congiurato per portare Veltroni (e se stessi con lui) alla sconfitta. Il problema è se sia anche solo immaginabile che essi, volendolo, avrebbero potuto.
Non c’è nulla di male nel tentare di costruire un partito che vada a braccetto con la Confindustria di Luca di Montezemolo (al quale si arrivò a offrire un posto di ministro, in caso di vittoria), che faccia la gioia di Carlo de Benedetti, che soddisfi tutte le richieste di Paolo Mieli e dei suoi esigenti editorialisti, che abbia la sua sede centrale alla Bocconi e offra a tutti i migliori allievi del professor Giavazzi, con un posto di diritto in direzione, anche un congruo pacchetto di stock option. E’ pienamente legittimo e persino auspicabile che lo si faccia, questo partito. Ma è un altro partito. Uno splendido, smagliante, nuovissimo partito antidemocratico, elitario, ostile ai sindacati e soprattutto alla Cgil, nemico dell’intervento pubblico in economia come in ogni altro settore della vita associata. Ma il Partito democratico è un’altra cosa. E non si può costruire su Facebook. Ma questo non significa che non si possa fare affatto. Non c’è neanche bisogno di chissà quale leader che faccia cose straordinarie, anzi. Parafrasando i classici, per cominciare, ne basterebbe uno che andasse a letto presto.